Tre uomini cercano una lingua comune. Un viaggio verso la vecchia casa di famiglia per evocare e far precipitare le aspettative e le amarezze di un padre, di suo figlio, e del figlio del figlio.
Un romanzo che trova la sua misura nella geometria mutevole dei rapporti fra tre generazioni di immigrati: la prima, quella incarnata da nonno Leonardo, che ha vissuto lo sradicamento dalla propria terra come un male necessario al raggiungimento del benessere di cui soprattutto i figli avrebbero beneficiato. La seconda generazione, quella del figlio di Leonardo che, diventato padre troppo in fretta, ha smarrito la lingua delle sue origini e non ha potuto far propria quella del posto in cui ha lavorato ed č vissuto, non trovando infine riconciliazione tra radici e presente e restando sospeso in un limbo doloroso. Infine la terza leva, quella rappresentata dal narratore, nato e cresciuto al nord, naturalmente destinato ad un precariato senza fine e la cui unica ereditą č forse proprio la voce con cui racconta questa storia, che č di uno, ed č di molti.
Intervista di Matteo Baldi. Edizione Massimo Villa per RadioAlt.
Inserito il 12 novembre 2009 alle 16:48:37 da redazione.
Tucker Crowe, cantautore americano, ha inciso un disco intitolato "Juliet" nei lontanissimi anni ottanta, disco che una ristretta comunità di aficionados ha consacrato album di culto nel corso degli anni trascorsi da allora. L'ultimo ventennio - per Crowe - è stato segnato dal ritiro dalle scene, e da un ostinato quanto malinteso rifiuto a fornire spiegazioni circa i motivi del suo ritiro. Tucker passa ormai il suo tempo a combattere con i sensi di colpa che gli derivano dal non essere stato un buon padre per molti dei figli che ha avuto da occasionali avventure e relazioni intrecciate quando era all'apice della sua carriera. Però oggi vive con un figlio, Jackson, che forse gli permetterà di riconciliarsi con il suo ruolo di padre... Annie e Duncan, invece, sono una coppia inglese sulla quarantina, stanno assieme da quindici anni in una grigia cittadina della costa inglese, Gooleness, le cui principali attrattive - opportunamente riesumate per comporre una mostra - sono un poster del concerto che i Rolling Stones tennero qui nel 1964 e un occhio di squalo conservato in formalina. Hanno in comune tante cose, forse: tranne tutte quelle che della loro relazione potrebbero fare una relazione amorosa. Non hanno una vita sessuale, e i loro discorsi (m anche i loro viaggi, come scopriamo in apertura di romanzo) sono continuamente dirottati da Duncan verso la sua privatissima, autistica ossessione per l'opera e la vita di Tucker Crowe. Tra questi due poli narrativi, distanti fra loro quanto possono esserlo due mondi, corre un filo che il romanzo di Hornby dispiegherà sotto gli occhi del lettore con l'andamento di un'agrodolce ballata. C'è - come spesso accade nelle storie raccontate dal narratore inglese - un sapiente esorcismo rispetto a quella che si intuisce essere la propensione dell'autore a coltivare piccoli, tenaci culti privati, a catalogare e recensire prodotti culturali (gli ultimi libri di Hornby prima di "Juliet, naked" sono assemblaggi di recensioni letterarie per i giornali). Ma c'è anche la capacità viva di tratteggiare figure (come quella di Duncan) che nel loro tentativo di costruire piccole roccaforti per tutelarsi dalla volgarità del mondo, finiscono per rendersi più volgari ancora di tutto ciò da cui pretendono di distinguersi. La tenuta del romanzo è dispari, come accade anche in altre prove dello scrittore di "Alta fedeltà", e forse verso la fine troppe fila vengono tirate come se la canzone cantata per più di trecento pagine dovesse per forza chiudere su di un accordo maggiore, ma il libro è ben godibile, e ricco di momenti davvero riusciti.
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