Il matematico indiano è l'ultimo libro dello scrittore che negli anni ottanta divenne celebre con il romanzo La lingua perduta delle gru. Nella storia di Ramanujan, matematico indiano, geniale autodidatta, e di G.H.Hardy, celebrato professore universitario che scopre il talento naturale del giovane, c'è la parabola di un reciproco insegnarsi, scoprirsi ed aprirsi all'altro. Una lunga intervista che parte dalla fascinazione subìta dallo scrittore per le allegorie di Arcimboldo, passa naturalmente per i temi e i personaggi del suo ultimo romanzo, e finisce col raccontare qualcosa sul rapporto che lega Leavitt al nostro Paese.
Un romanzo che potrebbe essere considerato la controparte letteraria - per certi versi - di un bel film di Gus Van Sant di qualche anno fa, Will Hunting. Anche lì si parlava, infatti, di genio per la matematica e del rapporto fra istituzione e anticonformismo, della necessità per ogni "diamante grezzo" di incontrare un maestro che ne sappia far fiorire le qualità. Ma il romanzo di Leavitt, che racconta di fatti avvenuti al Trinity College di Cambridge all'epoca della Prima guerra mondiale, è anche uno specchio delle differenze culturali e filosofiche fra due sistemi di pensiero, quello occidentale e quello orientale, con l'incrollabile spinta positivista del matematico inglese e la via mistica, visionaria, di Ramanujan, che "[...]ha avuto i numeri scritti sulla punta della lingua, di notte, da una dea[...]" Parliamo di questo e d'altro con il gentilissimo Mr. Leavitt (il quale - scopriranno i nostri ascoltatori - parla un italiano fluente, fresco e spontaneo), in margine alla sua partecipazione alla Milanesiana con un'intervento a proposito di fuoco, che gli è stato ispirato da un quadro di Arcimboldo in mostra a Vienna... Il matematico indiano è pubblicato da Mondadori edizioni.
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